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Torino e il digital divide

Le soluzioni per la riduzione del divario digitale di Biblioide@ presentate al congresso internazionale Torino Digital World.

Apparso su La Stampa web, il 21 settembre 2005

di Francesca Paci

Parlare di digital divide, il divario nell’accesso e nell’utilizzo delle tecnologie tra primo e terzo mondo, non è più lusso da intellettuali radical chic. Sono finiti i tempi in cui i profeti della rivoluzione informatica da importare in ogni paese venivano ignorati dal popolo degli umanitari. Girava allora un giudizio piuttosto sommario su chi sognava computer per tutti: “Preoccuparsi di internet quando la gente muore di stenti e di Aids ricorda la regina Maria Antonietta che pensava di sopperire alla mancanza di pane sfamando i poveri con le brioches”. Molte cose sono cambiate negli ultimi cinque anni, prima fra tutte la consapevolezza dell’importanza delle nuove tecnologie, considerate ormai tanto importanti per la società del ventunesimo secolo quanto l’energia elettrica durante la prima rivoluzione industriale.

Dal 2000 il digital divide è ufficialmente inserito nell’agenda di qualsiasi vertice internazionale istituzionale o alternativo, dal World Economic Forum al G8, dalle assemblee delle Nazioni Unite ai summit no global di Porto Alegre. Di più: il problema della diseguaglianza nella partecipazione alla società dell’informazione ha assunto carattere autonomo, con organismi creati ad hoc ed appuntamenti dedicati. Quello che ieri si è concluso a Torino è uno di questi: una due giorni per fare il punto sui finanziamenti impiegati e la cooperazione avviata per rendere almeno tecnologicamente visibile chi visibile non è. Dal 9 all’11 novembre se ne riparlerà a Bilbao e, a dicembre, Tunisi ospiterà la seconda volta del World Summit of Information Society.

Perché Torino? Negli ultimi anni gli enti locali si sono affermati come soggetti decisivi nella promozione degli accordi di partnership transnazionali, nella messa a punto dei progetti di cooperazione decentrata, nella ricerca di risorse per la realizzazione di questi progetti. E la Provincia di Torino è tra i soci fondatori del Fondo Internazionale di Solidarietà Digitale (FSN) costituito a Ginevra.

Per un profano è difficile seguire un seminario intensivo dedicato al digital divide. La questione può apparire teorica e nonostante sia tramontato il vecchio pregiudizio del populismo tecnologico la vulgata comune tende a privilegiare come prioritari altri problemi: la fame, le malattie, il terrorismo. Ma bastava fare un salto a Torino in questi due giorni per capire quanto pragmatico sia invece l’argomento.

Prendete Davide Gorini, responsabile della cooperativa sociale Ics: da alcuni anni si occupa di riciclare hardware e, dopo averli muniti di software open source (a sorgente libera), li invia nei paesi più poveri o nelle zone più periferiche e disagiate d’Italia. “Vorrei poter realizzare il vecchio sogno del guru Negroponte, convinto che basti un pc da cento dollari e sorgente libera a risovere il divario digitale”, rivela. Ci vorrà tempo, certo. Ma la forza della rete è quella di annullare, per ora, le distanze spaziali. Per cui a un Davide Gorini che recupera schermi e tastiere per noi d’antan corrisponde Jerome Gohoure, presidente della Ivortech, un’associazione della diaspora ivoriana votata all’alfabetizzazione informatica dei connazionali. “In Costa D’Avorio le scuole pubbliche non hanno laboratori informatici”, racconta Gohoure. E quelle private offrono, a costi molto elevati, pochissime postazioni.

Ben vengano allora i computer di seconda mano, quelli che dopo una media di tre anni gli italiani gettano via. A condizione che, sottolinea Guido Barbera, presidente del Cipsi, il consorzio delle organizzazioni non governative per la solidarietà internazionale, “la distribuzione delle risorse sia una prima tappa per la distribuzione del potere”. Il problema infatti, concordano tutti, non è solo fornire formazione e materiale, ma è soprattutto rendere autosufficienti quelli che oggi non lo sono. E’ l’antica storia di Martin Pescatore che anziché regalare il pesce o insegnare a pescare, dava lezioni per la costruzione della canna da pesca.

Una parabola senza età né nazionalità. Dall’Italia dei disabili alla Costa D’Avorio, dal Brasile alle banlieu parigine, dove sei anni fa Denis Pansu e un gruppo di umanitari-high tech hanno messo su Fing, una fondazione specializzata nella diffusione delle nuove tecnologie e nella semplicità dell’utilizzo alla portata di chiunque. L’idea di Pansu è quella di rendere il computer uno strumento facile da usare al pari d’una lavatrice, in modo che anche gli strati meno alfabetizzati della nostra società possano partecipare della rivoluzione informatica globale.

Data: 13-10-2005 12:52:53 Publisher: ufficiostampa

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